Abanoub Youssef e il pericolo dei giudizi identitari: una lettura sociologica

| 19 gennaio 2026
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Perché certe dinamiche si innescano in un Paese con alta immigrazione: una lettura sociologica oltre i pregiudizi

La tragedia che ha colpito La Spezia, l’uccisione di Abanoub Youssef, studente di 18 anni, accoltellato in una classe davanti ai compagni, ha scosso non solo una famiglia e una comunità scolastica, ma ha rapidamente fatto emergere tensioni sociali più profonde sulla percezione delle immigrazioni, della violenza giovanile e dell’identità collettiva. Il modo in cui alcuni leader hanno commentato il fatto, attribuendo la violenza “a certe etnie”, non spiega l’accaduto né aiuta a prevenirne di simili; piuttosto, rischia di alimentare narrazioni tossiche che dividono anziché aiutare a comprendere.

La testimonianza di una persona con un figlio della stessa età della vittima esprime una denuncia netta di questa dinamica: dopo la morte di Abanoub le parole attese erano rispetto, silenzio e umanità, e non affermazioni che legano l’evento a presunte caratteristiche culturali di gruppi “altri”. Attribuire un omicidio a un’intera etnia, come ha fatto il sindaco di La Spezia, non fornisce alcuna spiegazione utile né contribuisce alla prevenzione di drammi futuri, perché travisa la complessità delle cause reali e sposta l’attenzione su un nemico immaginario.

Dal punto di vista sociologico, queste reazioni si inseriscono in dinamiche ben documentate da studi sulle percezioni sociali dell’immigrazione. In Italia, la cronaca della criminalizzazione degli immigrati è stata interpretata da sociologi come uno strumento politico e mediatico che tende a legittimare misure di controllo e ordine pubblico, spesso indipendentemente dai dati reali sulla criminalità. In realtà, ricerche accademiche nel contesto italiano mostrano come il dibattito pubblico spesso sovrapponga immigrazione e insicurezza sociale, anche quando non esiste una base statistica solida che giustifichi tale correlazione. Questo processo, definito anche come cristallizzazione della criminalizzazione dell’immigrazione, più che favorire l’integrazione tende a rafforzare stereotipi e soggettività di paura.

La sociologia delle migrazioni evidenzia come l’arrivo di nuova popolazione in un territorio, soprattutto in tempi di crisi economica o con servizi sociali sotto pressione, possa accentuare fratture percettive tra gruppi sociali. Le narrazioni semplificanti, che associano problemi sociali a categorie rigidamente identitarie, diventano più facili da costruire e diffondere in contesti frammentati, dove la fiducia tra residenti e nuovi arrivati è debole o insufficiente. In assenza di percorsi di dialogo reale, la società si ritrova a interpretare fenomeni complessi, come la violenza giovanile, i conflitti relazionali e le difficoltà educative, attraverso lenti identitarie riduttive.

È importante ricordare che la violenza giovanile come quella che ha portato alla morte di Abanoub non è appannaggio di specifiche culture o gruppi etnici: la prima ricostruzione delle forze dell’ordine indica che l’aggressione sarebbe scaturita da motivi sentimentali, in un contesto di gelosia e conflitto personale,dinamiche trasversali a ogni gruppo sociale. Non si tratta di “cultura del coltello”, ma di conflitti umani che emergono in contesti di scarsa capacità di gestione delle emozioni e di relazioni complesse tra pari.

Nel dibattito pubblico è utile richiamare anche le parole di studiosi della comunicazione e dei fenomeni sociali: quando si escogitano spiegazioni basate su identità collettive, non solo si semplifica eccessivamente un evento complesso, ma si alimentano percezioni di pericolo sociale e si erodono i legami di fiducia. Le parole hanno un peso quando provengono da figure istituzionali: possono contribuire a un clima di empatia e coesione sociale, oppure innescare diffidenze, sospetti e rigidi confini tra “noi” e “loro”. In un paese con una storia recente di immigrazioni come l’Italia, dove le comunità migranti sono spesso parte integrante di famiglie, scuole e luoghi di lavoro da anni, la costruzione di identità collettive esclusive è non solo ingiusta ma anche socialmente dannosa.

Yuleisy Cruz Lezcano

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