Twilight in Fasano

| 9 settembre 2025
Maria Cecilia Merzari (1926-2016)

Alla memoria di Maria Cecilia Merzari (1926-2016) Scrittrice, poetessa e bibliotecaria

Passeggiammo lentamente, attenti alle assi imperfette e già erose dalle intemperie e dalle onde, avari di parole, con gli occhi abbacinati dall’ultima – no, la penultima luce del giorno; il liquido tramonto rifletteva un giallo dorato, mentre lassù, nel regno, striature rosee si intersecavano alle scie degli aeroplani, disegnando figure quadrangolari, sbuffi di nuvole, grembi che partorivano lontani astri, lontanissimi che scintillavano l’adamantina essenza di luce. Lusso di un cielo vanitoso come una donna che mostra le sue perle più care. «Attenta, è un po’ una trappola di passeggiata», le porgevo un braccio come facevo un tempo, con la gratitudine di essere affidamento di qualcuno, o tentare un nuovo equilibrio contrastante il mio naturale disequilibrio. L’ingenuità di un attimo, mi volsi a lei e giurerei che avesse suo basco rosso, a coprire l’argento del caschetto. Sentivo chiaramente la voce timbrare nelle corde vocali, uno di quei colloqui che avevamo nel salottino, attorniati di libri, un tè che fumava, i gatti che esploravano i lembi del mio cappotto, il Martini rosso e i biscuits sul tavolino. Una lettura, forse la radio poi, una considerazione sul tempo e sui tempi, questi giorni di incertezza. Sì, oggi riascoltavo tutto in quella voce che ancora alberga in un angolino di memoria, quasi avessi registrato le nostre conversazioni. La musica dei Brandenburger usciva dall’apparecchio, per farsi magia e posarsi con un tintinnio di cucchiaio, e un miagolio dietro il divano che fuggiva ozioso, cauto su zampine di seta. «È un bel po’ che non veniamo a fare una camminata, qui, forse l’ultima volta aspettavi il battello che facesse tappa, per poi andare insieme a Salò…» le dico, sorride taciturna. «Sembravi una di quelle signorine cui lo scorrere dell’età non ha mai impedito di coltivare vezzi estetici, coprendosi con sciarpe e cappellini invece che con creme le rughe dell’esperienza, giocandovi in accostamento raffinato», forse una frase così non gliela direi davvero, in fondo una signorina che è zia di tutti e a suo modo personaggio di questo borgo minuscolo, merita rispetto. Forse accennerei alla Regina, piuttosto: «È tua coetanea la Elisabetta, se ricordo bene,» lei annuisce «sai Cecilia che non c’è un solo racconto di quelli che ho trascritto, in cui parli dell’Inghilterra, se non qualche citazione qua e là?» Perché non scrisse qualche aneddoto, o dei suoi giorni londinesi, della sua casa, mi chiedo spesso; non risponde, ed è un peccato. Ci sono i tedeschi di quando era bambina, c’è il d’Annunzio intravisto nel suo studio, ci sono i gatti e tanti protagonisti della Riviera. C’è il mondo dell’Italia passata, cresciuta e abbarbicatasi con la storia a questo lago, edera le cui foglie secche ancora si vedono: tutti quei bei palazzi ormai vuoti abituri di fantasmi. «È un peccato» prosegue lei «il Garda era talmente animato di bellezza, anche se c’è passata la guerra, non aveva cancellato la nostra natura, paesi che traboccano di feste e devozioni, di preti coltissimi e donne coraggiose. I turisti? Ma prima c’erano Lawrence e Frieda, prima c’era Paul Heyse, Hartleben, e ancor più in giù Goethe, la Magnifica Patria dei Veneziani…beh, i nostri hanno anima di pescatori e montanari, ma hanno conosciuto la storia, i palazzi sono ancora lì, muti testimoni.». Ecco, questo avrebbe potuto rispondermi, e chissà se nel suo quaderno, il romanzo mai giunto alla luce, c’è qualche tesoro, una gemma di storia e qualche confessione sua. Quei cassetti dove ho ancora i suoi fogli e quadernetti, dovrei lavorarci un po’, estrarre e mettere in chiaro. Chi erano i Benacensi? Chi era questo Luigi, che torna nei discorsi (sarò un po’ geloso?)… C’è una panchina, a metà percorso. Ci sediamo ad ammirare il lento velo del blu che si cala sul crepuscolo. Ora ha colori mariani, ora oro e zaffiro, le stelle escono a bisbigliarci il nome del Creatore…Ci avviamo verso la fine del percorso, sazi di una scorpacciata di quella bellezza che ogni giorno il lago sa apparecchiare. «Ti piace questa passeggiata a lago, Cocchina? Almeno un ricordo per chi passa te lo meritavi, per tutto quello che hai fatto, scritto, brigato. Spero che ci mettano una bella targa!» Ritorniamo agganciati a braccetto come due miti fidanzatini associati dal tempo burlone di due epoche diverse che si ritrovano. Ti accompagno ancora un po’. Oltre c’è la tua Dimora, con porte che ancora non posso valicare. Ma tu, ricordami, ricordati…

PAOLO VERONESE

Tags: ,

Commenti

×