Milano – ARTURO MARTINI – “La vita in figure”

| 22 gennaio 2018
Martini Arturo - libro La vita in figure

Nuova monografia e nuova “luce” su un grande del ventesimo secolo

“Il fascino che provavo di fronte all’arte di Arturo Martini si confermò nella conoscenza dell’uomo, perché dipendeva da quello speciale tono di ribellione ch’era in lui, e che non aveva nessuna pratica conseguenza, se non di far del danno alla sua vita quotidiana”. Con queste parole si espresse Lionello Venturi, uno dei maggiori critici del Novecento, nei confronti di Arturo Martini, protagonista della vicenda artistica italiana ed internazionale del ventesimo secolo. Su di lui negli anni si sono tenute – e proseguono tutt’ora – iniziative in tutta Italia allo scopo di raccontare la sua vicenda lavorativa, le tappe del suo linguaggio, attraverso grandi mostre celebrative, pubblicazioni monografiche, saggi critici.   “Ha sei anni Arturo Martini (1889-1947) quando nella natia Treviso la sua famiglia, poverissima, si trasferisce in una delle torri medievali che il Comune concedeva gratuitamente agli indigenti. Luoghi che, visti da fuori, avevano un certo fascino, ma umidi e insalubri all’interno. Non c’era solo la miseria in casa Martini, ma anche forti contrasti fra i genitori (“Per trent’anni non li ho mai visti parlarsi, né mangiare insieme”). Col passare del tempo, la madre è costretta ad affittare una stanza ad una mondana che spesso – nelle ore libere – porta il bambino in giro per la città. Un giorno, in un sottoportico, la donna è costretta ad accovacciarsi per fare pipì. Una rivelazione per il piccolo Arturo: “Visione del grande deretano sui tronchi delle cosce, bianco, che esplode. Tempio. Estasi. A due anni ho avuto vent’anni. Ho capito la forma”, annoterà molto tempo dopo.” È uno degli episodi, questo, ricordato nelle prime pagine del volume “Arturo Martini, la vita in figure” di Elena Pontiggia (Johan & Levi, pag. 304, € 25), in cui, assieme a nuovi dati biografici, si registrano una serie di inediti; vale la pena citarne alcuni. Il carteggio dello scultore veneto con il poeta futurista Francesco Meriano a Bologna (fra le curiosità, la notizia che, nel 1917, Pietro Nenni voleva Martini come collaboratore al «Giornale del Mattino» da lui diretto), fotografie (l’allestimento a Monaco dell’epoca della Glyptothek, col Fauno addormentato, soggetto di costanti ispirazioni; lo studio dello scultore con i morti di Bligny in primo piano); lettera a Mussolini in cui Martini recrimina di essere stato dimenticato. Ed ancora, interessantissima, una missiva ad Ugo Ojetti in cui l’artista si lamenta di Margherita Sarfatti (“Lei ha avuto sempre dei cattivi informatori sul mio conto e credo che l’originale Martini è tutt’altro, scherza poco lavora molto conosce la storia e il posto fatale di ognuno e, al contrario degli altri, che il fine è guadagnare, vendere; in lui invece c’è il desiderio infinito di vendere per appagare un sogno: vedere Olimpia con le sue statue andare a Londra per il Museo di scultura… ah! Alla Sarfatti non sono più simpatico e dire che quando le ero simpatico faceva certi viaggi, ma ora cerca persino di escludermi dalla più piccola citazione e parla parla parla delle mie tre scimmie, due allievi personali dichiarati, e uno rubacchiàno delle opere mie e cioè Ruggeri… Messina… Rambelli… Ecco i geni italici, roba da operetta”), cartoline di Marinetti futurista, e molte altre notizie (fra cui il rapporto, nel 1912, con Kupka e il suo influsso nella stagione futurista di Martini). Sul piano familiare, viene tratteggiata per la prima volta la figura del terzo fratello, Gastone, di cui si ignorava l’esistenza. Viene ricostruito cronologicamente il rapporto con la moglie Brigida (che Martini non lascia mai) e la giovane Egle. In particolare il 17 gennaio 1947, due mesi prima di morire, lo scultore scrive ad entrambe, dicendo che vuol stare con loro. Ad Egle: “Sappi che ti voglio sempre bene e che vederti mi è di gran conforto. Lo straccione ti reclama” e, contemporaneamente, a Brigida: “Importante che tu mi scriva che la mia venuta ti fa contenta e che, seppellito il passato, non se ne parli più. Insomma ho una gran voglia di vita nuova e quindi aspetto per questo una tua parola, senza dubbi e paure.”   Scultore prodigioso nel forgiare immagini e narrare miti, Arturo Martini (1889-1947) si è consacrato interamente a quest’arte “misteriosa ed egoista” che sottrae ogni energia a chi la pratica, come lui stesso scrisse. ll talento precoce nel dar forma alla creta, l’impiego – ancora giovinetto – nella bottega di un orefice, l’insperata borsa di studio che gli consente di studiare a Venezia con lo scultore Urbano Nono, sono i primi passi di un individuo nato “in condizioni disperate” ma destinato a rinnovare le arti plastiche. La sua parabola lo condurrà poi a Monaco nel 1909, tappa disagiata quanto carica di stimoli, e a Parigi nel 1912, mentre è tra i “ribelli” di Ca’ Pesaro e aderisce al Futurismo. Terminata la guerra, Martini ha già trent’anni e, seppur riconosciuto come uno dei migliori interpreti dei nuovi ideali classici incarnati da “Novecento” e “Valori Plastici”, fatica ancora a mantenere sé e la moglie Brigida. Solo alle soglie dei quaranta arriva per lui la “stagione del canto”, una fase felice accompagnata nel 1930 da un nuovo amore con la giovane Egle e nel 1931 dal leggendario premio di centomila lire alla “Quadriennale” di Roma. Sono gli anni in cui porta la terracotta a vette monumentali e in cui realizza nuovi capolavori in pietra e in bronzo. Ormai all’apice della fama Martini si scaglia contro la scultura e la accusa di essere “lingua morta”, dopo di chè il vuoto è al centro delle sue teorie estetiche. A questa inspiegabile affermazione si aggiungono, implacabili, la malattia e l’umiliazione di un processo di epurazione nel 1945 (che gli annulla la Cattedra di docente all’Accademia di Venezia, poi restituitagli su ricorso basato sulla considerazione della dipendenza degli artisti dalla committenza, tanto più che “nessuno al mondo può rimproverare una fede sinceramente sentita quando questa non sia tradotta in opere malvage e….nella ricerca di vantaggi personali) che gli mineranno le forze fino a spegnerlo a nemmeno 58 anni. Lo scultore, in effetti, non si era mai realmente fatto coinvolgere dalla politica, ed anche se aveva idealmente aderito al Regime, si era sempre occupato della sua arte. Durante la guerra, poi, si era dichiarato contrario alle mire imperialistiche. Elena Pontiggia descrive le vicende umane ed artistiche di Martini con lucidità e chiarezza arricchendo il volume di dati inediti che gettano nuova luce sul suo percorso espressivo; e momento più giusto del 2017 non poteva essere per questa bella ed importante pubblicazione, a 70 anni dalla sua scomparsa. Per concludere trovo quindi appropriato riportare una delle frasi portanti del suo “credo” artistico.  “Io la materia la seguo, l’obbedisco, accolgo i suoi inviti, i suoi suggerimenti, mi abbandono a lei come un amante.”

Fabio Giuliani

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