Il negozio sul porto

| 2 maggio 2011
togazzari 1932

Quando Maceo Togazzari, originario di Cremona, decise di trasferire l’attività a Desenzano, trovò disponibile un locale d’angolo tra vicolo del Moro e piazza XX Settembre, oggi piazza Matteotti. Iniziò così nel 1931 la sua storia il negozio di Fotografia e di Ottica dei Togazzari. Maceo aveva 34 anni e la sua famiglia oltre che dalla moglie era formata da due bei bambini: uno di otto anni e l’altro di un anno. Suoi vicini erano: a fianco sulla sinistra il Credito Agrario Bresciano, mentre a destra, al di là del vicolo, la Confetteria Quadri. Di faccia si estendeva la lunga facciata est dell’albergo Mayer con il vasto piazzale, dove sorgeva ancora la piccola stazione ferroviaria del Porto. Da questo punto di osservazione il nuovo fotografo conobbe il suo nuovo paese e la sua gente. A volte capitava che scendesse in laboratorio al mattino presto per lavorare con calma nella camera oscura. In quelle occasioni non tardò a rendersi conto che la giornata lavorativa a Desenzano iniziava piuttosto presto, verso le ore 6. Passavano per primi alla spicciolata i ferrovieri e gli operai della ferrovia della Maratona. Era gente silenziosa, che camminava rapida, i più con la sigaretta accesa in mano. Andavano da via Achille Papa verso la ‘calata Cadorna’, il grande spazio pieno di attrezzature presso la villa Arrivabene. Era poi la volta dei facchini, che raggiungevano i depositi in legno della Navigarda, depositi allora ancora pieni di mercanzia; con i battelli le varie merci avrebbero raggiunto questo o quel paese dell’Alto Garda, non essendo ancora completata la strada Gardesana. I facchini erano più vocianti e formavano quasi sempre dei gruppetti di due o tre persone; avevano già fatto visita a qualche osteria dei portici nella grande Piazza Umberto o del mercato. Del resto li aspettava un lavoro faticoso che affrontavano senza paura. Molto mattiniero era anche il Ghizzi, che con la sua corriera a venti posti doveva iniziare il percorso a zig zag tra i paesi della Valtenesi verso Salò, dove sarebbe arrivato verso le 8. In senso contrario poi andavano i primi bottegai, soprattutto gli ortolani. Maceo imparò a riconoscere ben presto il Busù che con la carriola portava dalla sua ortaglia di via Nazario Sauro verdura fresca in bottega, e la Rosina col suo carretto di legno a due grandi ruote che le faceva da trasporto e da bancarella in Piazza. Passava anche a rapidi passi la lattaia Baccinelli, con i bei capelli bianchi raccolti a crocchia sulla nuca. Verso le 7 si vedevano camminare frettolose le cameriere degli alberghi della zona: il Mayer, il Barchetta, il Tripoli. Solo quando il sole era un po’ alto scendevano al lago le lavandaie con le carriole cariche di panni. Verso le 9, Maceo aveva già aperto i battenti del suo negozio, era la volta delle cameriere o delle mamme che portavano le bambine a scuola dalle Suore Orsoline della via Santa Maria. Erano giovani donne con le figlie piccole in braccio o le più grandicelle per mano dai vestitini chiari e le trecce sulle spalle. Le donne davano l’impressione di avere fretta, mentre le bambine sembravano riottose e ancora un po’ addormentate. Entravano quindi sulla piazza i vetturali: nei giorni d’estate o di festa in genere erano cinque, due con automobili, tre con la carrozza trainata da un cavallino. Aspettavano i forestieri che arrivavano o col piroscafo o col treno o che scendevano dagli alberghi. Ma era anche l’ora in cui entravano più frequentemente i clienti nel negozio di Maceo Togazzari. C’era chi chiedeva o ritirava le proprie fototessera, chi portava gli occhiali ad aggiustare o alla montatura o per la sostituzione di una lente. Qualcuno domandava l’ingrandimento di una fotografia oppure il mezzobusto in dimensioni cartolina di un’immagine di qualche anno precedente. C’era chi chiedeva riproduzioni della foto di un battesimo, di una prima comunione, del matrimonio nella misura da una a dieci copie, raramente di più. Non mancava il soldato che ordinava qualche immagine di se stesso in alta uniforme. Usavano anche particolari piccole foto di cari defunti da distribuire ai parenti in occasioni luttuose. C’era chi portava pellicole da sviluppare; qualcuno al momento del ritiro, si vergognava dei risultati degli scatti. I clienti preferiti erano quelli che portavano a visionare macchine fotografiche inceppate per qualche difetto. Qualcuno ne aveva di nuove, altri della fine dell’800 con soffietti impensabili. Maceo le osservava e controllava tutte con cura e interesse. Piene di aggeggi, ogni particolare attirava la sua curiosità. Le tratteneva qualche giorno, poi le restituiva perfettamente funzionanti. Il pomeriggio si replicava. Le ore di maggior impegno erano dalle 16 alle 18. Capitava che entrasse in negozio qualche sottoufficiale e ufficiale della Scuola di Alta Velocità dell’idroscalo. Chiedevano in genere pellicole. A parte la divisa sempre impeccabile, si distinguevano per un fare sicuro e allo stesso tempo semplice. Alle 19 Maceo poteva chiudere bottega, nessuno sarebbe entrato e la piazza restava pressoché vuota sia d’inverno sia d’estate. La gente stava in casa per cenare; la minoranza, in genere uomini, poi sarebbe uscita per andare al Teatro Alberti o in qualche trattoria od osteria per giocare a carte.

Di: Amelia Dusi

maceo togazzari 1940 -BN

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