VILLA ROMANA DI S. CIPRIANO FAUSTINELLA A DESENZANO

| 1 maggio 2007

Il 19 maggio prossimo, durante la settimana della Cultura, presso l’area  archeologica nazionale delle “grotte di Catullo” di Sirmione, verrà presentato un piccolo volume − finanziato, come anche le indagini archeologiche e le  analisi sui materiali, dalle ditte FOGLIATA S.p.A. e La Rova s.r.l. di Brescia e Lonato − con il quale si è cercato di ricostruire le vicende dell’edificio e la vita dei suoi abitanti nell’ambito del territorio gardesano circostante.Nel giugno 2004, in seguito a una segnalazione del ritrovamento di strutture murarie in un cantiere edile, si iniziò l’intervento archeologico
che portò alla luce, in successive campagne di scavo terminate all’inizio del 2006, un grande edificio di età romana, con una prima fase databile alla fine del I secolo a.C. ed una successiva dall’inizio del IV fino almeno alla prima metà del V secolo d.C. In seguito, dopo un lasso di tempo difficilmente  quantificabile, ma che deve aver avuto la durata di almeno 50-100 anni, dalla seconda metà del VI a tutto il VII secolo d.C. l’area venne parzialmente rioccupata da un insediamento longobardo costituito  da capanne in materiali deperibili (legno, paglia) che in parte riutilizzarono le rovine delle murature del grande edificio romano. L’area interessata dai rinvenimenti è ubicata poco distante dalla cascina Faustinella, in una
zona di nuovo insediamento industriale, al limite occidentale del Comune di Desenzano del Garda, al confine con quello di Lonato, immediatamente a sud dell’autostrada A4 Milano-Venezia. La villa − che, in base a pochi ma significativi resti di rivestimenti parietali e pavimentali in intonaci dipinti, marmi e mosaici, possedeva vani residenziali e di rappresentanza caratterizzati da un ricco apparato decorativo − doveva sorgere ai margini della vasta copertura boschiva denominata dai documenti, a partire dall’età altomedievale, silva in ligana, disposta a ridosso del cordone morenico e rivolta verso un’area pianeggiante; quindi in una posizione altimetrica favorevole anche per l’approvvigionamento e l’utilizzo, con  opportune opere di incanalamento, delle risorse idriche presenti in abbondanza nella zona. Si trattava di un edificio urbanorustico la cui particolare posizione dovette favorire un’economia che sfruttava anche i  terreni esterni disboscati e messi a coltura, integrando, con la produzione di cereali, vino e olio, quanto si poteva ricavare dalla caccia, dal pascolo e dalla raccolta nelle adiacenti aree a bosco. Conferma a questo tipo di sistema economico basato sulla selvicoltura integrata da vigneti e campi coltivati, che in altre zone d’Italia trova testimonianza nelle fonti letterarie latine (Plinio il Giovane, ad esempio, descrive questo modello per la sua villa in Toscana: PLIN., Ep., V, 6), sono i ritrovamenti negli scavi nell’area  della villa di grandi quantità di carboni di numerose specie arboree − tra cui soprattutto la quercia caducifoglie e quella tipo cerro, il frassino, l’olmo e il noce, ma anche l’abete bianco (specie importata dalle zone montane, presumibilmente nel periodo romano), l’ontano, il carpino bianco, il castagno, alcune pomoidee (tra cui è difficile distinguere tra  pero, melo, sorbo e biancospino), l’acero, il corniolo e il sambuco − e abbondanti resti di frutta, quasi esclusivamente uva e noci, ai quali si aggiungono due frammenti di corniole e un frammento forse di ghianda. Sono attestate anche diverse specie di cereali: l’orzo, la segale, il frumento nudo, il farricello, il miglio e il panìco. Decisamente esigua, invece, è la  presenza delle leguminose, con due soli resti di lenticchia e altri cinque di determinazione incerta. La maggior parte delle sementi e della frutta era concentrata in uno degli ambienti della villa tardo romana, presumibilmente convertito in magazzino o una cucina nell’ultima fase di vita dell’edificio, mentre la più rilevante varietà di legname carbonizzato è stata raccolta tra i  resti di una delle due capanne altomedievali impiantate sulle rovine dell’edificio romano; dalla seconda delle quali significativamente  provengono alcuni utensili in ferro, come coltelli, scalpelli ed una sorta di ‘sgorbia’, che dovevano essere destinati allo svolgimento di piccole attività domestiche o artigianali, tipo la lavorazione dell’osso e della pietra e di piccoli manufatti d’uso quotidiano in legno; oltre ad un falcetto che ha puntuali confronti con esemplari romani ed altomedievali utilizzati per la potatura delle vigne e degli alberi da frutto. Si può, infine, ritenere, in analogia con altre aree in cui era sviluppata l’economia della selva, che fosse presente l’allevamento stanziale di animali, soprattutto di suini, che nel bosco potevano pascolare allo stato semibrado.

Di: Portulano

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