Interviste MATTEO FALLONI

| 1 aprile 2000
matteo falloni giornaledelgarda

Un viso pacioso e tranquillo, che sprizza cordialità, calma gioia di vivere, superiore saggezza (un Brahms ventenne, per intenderci), camminata blanda e piede lunghissimo, con braccia che ondulano come altalene: sembra uno di quelli che suonerebbero l’integrale cameristica mozartiana senza battere ciglio.

Così, almeno, all’apparenza: in realtà (l’ipotesi è personalissima) Falloni, molto schubertianamente, nasconde al suo interno tensioni e dolori inconfessabili, lati oscuri abissali, malinconie senza fondo che vedremo solo poco prima della fine del mondo. Questo volto teso e dolente, un Mr. Hyde di note e suoni, emerge dalla sua musica, mutevole, camaleontica, moltiforme, inclassificabile, che veste panni continuamente differenti, sempre nobile, ammantata di regale luminosità, caratterizzata da una sua intima ed inconfondibile cifra espressiva: comunicatività, immediatezza, eloquenza, forza favellatrice. Ciò che stupisce (e spaventa) di Falloni è il suo sapersi perfettamente adattare a situazioni diversissime, saper mutare scrittura, genere, organico, mantenendo impatto, eseguibilità, sicurezza stupefacente: può passare da un groviglio cromatico alla Gesualdo, tormentatissimo e pieno di rimorsi (Ecce quomodo moritur justus, per coro misto a 4 voci) alla scorrevolezza forte e ghiacciata d’un novello Musorgky (Stonehenge Sonata, per violoncello e pianoforte). Il suo Stabat Mater (per coro, archi, organo) è una meditazione altissima sul mistero delle umane cose visitate e cambiate dalla Presenza eccezionale di Cristo, dotato di sovraumana aderenza al testo: un esempio, raramente il De profundis ha conosciuto tanta forza evocativa, una simile cuspide di dignità nella domanda d’aiuto; i momenti strumentali (violino e violoncello soli) che intersecano e fanno respirare il testo sacro sono leopardiane riflessioni sul senso delle cose (“e pensare che tutto al mondo passa, e quasi orma non lascia”, verrebbe da commentare); sono bachiane sarabande venate d’un sottile filo d’orizzonte aperto alla possibilità d’una speranza. Non sono semplici intermezzi musicali: raramente la parola era così arretrata di fronte alla profondità del gesto sonoro. Un gioco a cinque (per quintetto di fiati), vincitore del prestigiosissimo premio Margola 1998, è una spiritata e accecante vertigine ritmica (lo Stravinsky della Sagra sorride sornione come non mai), quasi fotografia d’un organismo nascente, blastula febbricitante, bisturi divertito e spavaldo della sua precisione, che taglia netto ma che sa guarire ogni male. Le sue Miniature (per clarinetto, volino e pianoforte) descrivono l’ironica freddezza (angosciosa?) d’una civiltà di macchine, nervosismo scattante e ticchettii da heure espagnole raveliana, precisione cronometrica comunque abitata da secca mano d’uomo. De Innocentibus (per coro maschile e quintetto d’archi) è una dolcissima elegia (vi agiscono lezioni di Holst, V. Williams, Britten) su testo della grande Hildegarda, una morbida preghiera che sale adagiata su nuvole modali ed acquei tappeti timbrici, su, su, diritta fino alla fine del Limbo. Matteo Falloni: soppraciglioni alla Breznev (o alla monsignor Guerrini, per chi può intendere), gesto direttoriale curvilineo e rassicurante; accompagnamento cameristico (è finissimo pianista) squisito, invitante, discreto, accondiscendente. Ideale, insomma, per ogni solista. Direttore di coro (duomo di Salò, Santa Maria delle Vittorie, Brescia), d’orchestra, compositore, pianista, organizzatore. Dipende lo incontra nel suo studio di Brescia. Lo provochiamo: Musica classica e leggera: è un matrimonio impossibile? “Per nulla. Credo che un connubio fra una “certa” musica contemporanea colta e un “certo” mondo musicale leggero sia possibile, auspicabile, in alcuni casi già ampiamente praticato. Ingredienti fondamentali: un vero poeta, dei bravi esecutori (con solide basi per così dire classiche e competenze avanzate in suoni campionati, strumenti moderni ed informatica), un compositore in grado di trasferire le sue conoscenze accademiche in un mondo vivo e divertente, in cui ciò che conta è che il messaggio musicale giunga dritto al suo bersaglio, cioè il pubblico”. Ma come avvicinare il pubblico alla musica classica? “Il pubblico è oggi distanziato anni-luce da linguaggi ermetici, astratti, è indifferente alle sperimentazioni. Da quando la produzione musicale ha cominciato a specchiarsi in se stessa, divenendo sempre più un linguaggio esoterico (in alcuni casi compreso solo dall’autore, in altri nemmeno da questi), a prescindere dalla fruibilità dell’ascolto, si è innestato un meccanismo di lenta necrosi che porterà gli intellettuali della musica ad un isolamento sempre maggiore dal resto della società. La stessa società, comunque, ogni giorno, consuma, divora musica di ogni altro tipo. È lontana da me l’idea che le grandi masse che frequentano le discoteche o i concerti heavy-metal di colpo inizino a nutrirsi di musica colta, poiché nemmeno in passato questo è mai avvenuto; è comunque innegabile che il gap esistente fra il compositore colto e l’uomo della strada è oggi più accentuato che mai”. Una battaglia persa, dunque? ”No di certo. L’avvicinamento delle nuove generazioni di compositori alla musica etnica – in uno sforzo di recupero di ritmi e dialetti in via di estinzione, alla ricerca quindi, delle radici di un popolo o di una cultura – sortirebbe gli effetti di un bagno rivitalizzante per tutta la produzione musicale moderna: chi ascolta musica vuole sempre ritrovarvi, seppur modificato o elaborato, un barlume di ciò che è insito e innato nell’animo umano. Il recupero delle tradizioni popolari e delle sonorità etniche nel campo della musica “leggera” ha avuto in questi ultimi anni un momento di rara vitalità, basti pensare agli esperimenti di Eugenio Bennato nel recupero e nel confronto di danze e melodie provenienti dall’Italia meridionale e dall’area mediterranea, o alle rivisitazioni del dialetto genovese praticate da Fabrizio De André in squisite rielaborazioni musicali, ancor più splendidamente eseguite in formazioni cameristiche, oppure agli arrangiamenti con strumenti della tradizione popolare di certo repertorio della canzone napoletana operati da Pino Daniele, o alla ruspante vitalità della musica di Charlie Cinelli, per citare solo alcuni esempi eclatanti. Ma queste cose le hai studiate in Conservatorio? (Trasale e parte alla carica). “Queste realtà, vive e ferventi di nuove idee, nel rispetto della tradizione, sono praticamente ignorate nei luoghi della “cultura” come Conservatori e Istituti superiori di musica, dove i programmi di studio risalgono ai primi decenni del secolo scorso, in cui gli unici sbocchi naturali di lavoro sono improbabili posti in orchestre che chiudono i battenti per mancanza di fondi e professioni in via d’estinzione per assenza di mercato (come per l’appunto, la figura del compositore di musica colta). Tutto ciò è paradossale, pensando all’enorme business che è la musica oggigiorno, nel cui mercato operano professionisti formatisi da sé, spesso autodidatta. Il connubio è assolutamente auspicabile nell’interesse di tutti: di coloro che di musica si nutrono per sognare e divertirsi, di coloro che la musica la praticano per viverci, della musica stessa, che dall’unione di più forze non potrà che trarre giovamento. Vi è un assoluto bisogno di una profonda riforma delle politiche e dei programmi scolastici, riforma che valorizzi i talenti nelle diverse specializzazioni che oggi sono richieste: non è pensabile che l’iter di formazione professionale non si diversifichi (da un certo punto in poi) in rapporto agli innumerevoli indirizzi in cui l’ambito musicale si suddivide. Alcuni esempi, prego. “Quale conservatorio ha al suo interno una cattedra di specializzazione in musica per film? o per il teatro di prosa? o per la pubblicità? o un settore della composizione in cui si studi il rapporto fra le varie arti (musica e danza, musica e arti figurative…)? Se è vero che esistono facoltà universitarie in cui questi ambiti sono studiati e più o meno approfonditi, manca in esse la possibilità di sperimentare sul campo, ossia in maniera più artigianale l’esercizio e la pratica compositiva, che sono fattori fondamentali per l’acquisizione della maestria in ogni settore artistico (sarebbe impensabile, ad esempio, immaginarsi il fiorire di tanti talenti artistici nel Rinascimento italiano senza la presenza della bottega come luogo di crescita e di sperimentazione)”. Un augurio, Maestro. “Che si colmi la distanza ormai siderale che separa gli intellettuali e la cultura in genere dalla gente. La musica dà divertimento, commozione, gioia, comunicazione. A noi il compito di esserne portatori”. (L’avevo detto che tutta quella calma nascondeva un vulcano…).

Di: Enrico Raggi

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